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Kupkari di Lia Dondini Taddei

Sono in viaggio in Uzbekistan, nei giorni del Nawruz, il nuovo anno persiano, e sto per assistere a qualcosa di molto particolare. Dopo un percorso a piedi mi ritrovo con i miei compagni di viaggio nei pressi di un grande campo; attorno a me volti bruciati dal sole ma dagli sguardi gentili; siamo gli unici turisti e da subito veniamo considerati come ospiti d’onore.

Non so esattamente cosa aspettarmi; c’è elettricità nell’aria e un’atmosfera di festa. Uomini a cavallo si stanno preparando, gli spettatori si sistemano attorno al campo e iniziano a fare scommesse; i fumi si alzano da griglie accese dove si si stanno arrostendo carni e spiedini.

Ad un certo punto si avverte che sta per iniziare qualcosa; i fantini si radunano per la benedizione e anche gli spettatori si coprono il volto in preghiera. Delle mani mi afferrano e mi aiutano a issarmi su uno dei camion che delimitano il campo, mi ritrovo a stretto contatto con la gente del posto.

Ed ecco che una specie di trattore trasporta al centro del campo quella che mi verrà spiegato è una carcassa di pecora e la competizione ha inizio. I cavalieri, incitati dagli spettatori, si lanciano in una corsa sfrenata cercando di prendere il sopravvento gli uni sugli altri.

Sto assistendo per la prima volta a quello che qua in Uzbekistan viene chiamato il gioco del kupkari, conosciuto anche come buzkashi o “Acchiappa la capra”, antico gioco equestre molto popolare in tutta l’Asia centrale, con alcune varianti a seconda dei luoghi.  A differenza che in Afghanistan, dove è considerato sport nazionale e viene giocato a squadre, in Uzbekistan ognuno gareggia contro tutti ed è praticato in una forma ancora semplice e autentica. E’ una competizione che si gioca solo in determinate occasioni come matrimoni o feste nazionali e viene organizzato in modo spontaneo; infatti non è sempre facile conoscere il luogo esatto e l’ora in cui si svolgerà.

L’obiettivo è quello di impadronirsi della carcassa di una capra o di una pecora, strappandola con ogni mezzo dalle mani dell’avversario, portarla lungo un percorso obbligato e lanciarla oltre un’area definita.

Guardo lo sforzo e la determinazione di questi uomini di ogni età equipaggiati in maniera molto approssimativa: una sella, una frusta corta in pelle grezza, che viene tenuta tra i denti quando non è usata;  qualcuno indossa per “proteggersi” un elmetto da carrista sovietico fatto di tela imbottita. Cerco di capire quali siano le regole di gioco ma qua, a differenza di altri luoghi dove è praticato, non esistono regole scritte, sono per di più tramandate oralmente e frutto di una lunga tradizione ed è concesso di tutto, tra cui colpire con il frustino il cavallo dell’avversario per farlo cadere e per tentare di impossessarsi della carcassa della pecora.

E’ sicuramente uno sport piuttosto cruento, ed io non amo la violenza ma non posso fare a meno di essere coinvolta  dal coraggio dei contendenti anche se talvolta sussulto vedendo lo sforzo dei cavalli lanciati al galoppo e il pericolo che corrono i cavalieri.

Fa caldo, il sole è ancora alto, la polvere alzata dai cavalli mi impasta la bocca e mi offusca la vista; sento l’eccitazione degli spettatori; impetuosi sono gli assalti dei cavalieri che talvolta vengono a sbattere sui bordi del camion dove mi trovo; non mi sento turista ma mi sento partecipe di qualcosa che ha origini lontane e che fa parte delle tradizioni locali. Origini che si perdono lontano nel tempo; si pensa infatti che questo gioco sia stato introdotto dai Mongoli nel 12mo–13mo secolo.

C’è fierezza e determinazione nel volto degli uomini che a cavallo sono pronti a tutto pur di raggiungere l’obiettivo e conquistare così il premio e dimostrare il loro coraggio. Premio che di solito consiste in somme di denaro oppure beni di consumo, ma soprattutto quello che conta è il riconoscimento del valore del vincitore. E’ una questione di onore, di prova di forza, di stima, di ammirazione. Codici morali che a noi, spettatori occidentali, sfuggono.

Sono uomini che rischiano di farsi anche molto male per qualcosa che ai nostri occhi parrebbe di poco conto, eppure sento di provare un grande rispetto e ammirazione.

E’ una esperienza che ti coinvolge in tutti i sensi.

Al termine della gara mi guardo attorno e vedo uomini di grande umanità e gentilezza….ti sorridono, ti offrono da bere….e mi unisco a loro per un brindisi (di vodka!).