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SPITI di Luigi Vigliotti

Una delle contrade più fascinose del mondo dove l’uomo umiliato dalla immensità e dai silenzi, in ogni luogo immagina o sospetta presenze divine, invisibili ma certe” (G. Tucci)

“Di tutte le province del Tibet quella che più mi ha interessato è l’occidentale. Per varie ragioni, ma soprattutto perché  fu il tramite della diffusione del Buddismo dall’India nel “Paese delle Nevi”… Con queste parole Giuseppe Tucci ricordava i viaggi del 1933-35 in cui aveva esplorato l’antico Regno di Guge, di cui faceva parte la Valle dello Spiti. Il grande orientalista marchigiano fu il primo occidentale a visitare questa sperduta valle himalayana e a riportarne una documentazione fotografica. Utilizzando i diari e le vecchie immagini sono tornato sulle tracce della spedizione cercando di identificare luoghi, templi, personaggi cosi come li aveva ritratti il fotografo della spedizione, Eugenio Ghersi. Un viaggio anche nel tempo in questa regione “aspra e montana tra il Tibet e l’India, attraversata nella sua lunghezza dal fiume omonimo… Un paese di difficile accesso, incastrato nella catena Himalayana fra il Ladak, Kulu, le provincie tibetane di Chumurti e Guge.

Spiti, letteralmente “Terra di Mezzo”, è una piccola valle situata sul confine tra India e Tibet incastonata nel cuore della catena himalaiana ad oltre 3500 metri di altezza. La valle, lunga circa centocinquanta chilometri, è formata dal fiume omonimo che dalle pendici del valico di Kunzum termina nel fiume Sutley, nello stato indiano dell’Himachal Pradesh

La regione, semidesertica, è abitata da diecimila anime che soltanto nel 1993 sono entrate in contatto con i visitatori occidentali. Il prolungato isolamento ne ha preservato le caratteristiche culturali, lasciandola incontaminata rispetto alle trasformazioni del XX secolo e ancora oggi può essere considerata davvero l’ultimo Shangri-la.

Un tempo queste erano le terre dei Bon, delle credenze animistiche, magiche, orgiastiche i cui ricordi ancora si possono leggere nelle buie stanze di antichi gompa che rappresentano i più suggestivi ornamenti dell’altopiano tibetano. Arroccati su speroni e contrafforti, sono circondati da mura merlate come fortilizi, contengono tesori d’arte eseguiti, o ispirati, da maestranze indiane che oltre l’Himalaya si rifugiarono quando la tormenta mussulmana cominciò ad imperversare sull’India e il Buddismo si avviò lentamente al suo declinare.”

Luigi Vigliotti

Vive a Bologna. Appassionato viaggiatore ha coniugato interessi etnografici e archeologici con la propria ricerca fotografica sulle tracce di esploratori e fotografi del passato.