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Antonio Sorvillo – nel cuore dell’isola che non c’è

Antonio Sorvillo – nel cuore dell’isola che non c’è

Lost in the other island. The one unknown to maps, arisen from cartography. The journey into the Barbary side of Sardinia shows a green, luxuriant and impenetrable land, making
emerge what is the engine of the attractive bodywork represented by the coasts. A path in which colors and traditions follow one another, flavored by all with pride and sweat they claim their origins in folklore and beliefs.
Mullet fishermen, strangers in love, mountains folded by floating mists in addition to customs and uses now obsolete. Bristling bastions to defend houses, abandoned mines and ghost cities. Proud embroideries woven by expert hands as well as deep wrinkles on marked faces from time with eyes set in which secular cults and reminiscences of bacchanalia are lost.
Groups of fishermen who at dawn struggle to drag mullets from the precious bottarga to the ground, elderly people who have woven their existence with the art of filet, life on the ports of a city multicolored and known and unknown people who have dedicated their lives to their land.
They also impress the latest artisans who create the carnival masks that parade in Mamoiada. Grinding kilometers on forbidden areas flanked by ancient nuraghi, sites that still today leave doubts about their development and who lived in those places. A land full of questions, the charm of the enigma.
Imagine goldsmiths flaming Sardinian filigree and indestructible sheepskin shoes they also honored His Holiness the Pope. The “bandit” casu marzu and the house of a shepherd that curdles the milk to bring out a “flower” symbol of rural and rural life. Hands from worn nails sharing carasau bread soaked in a cannonau of a red one brilliant ruby. Not only arts and crafts but also messages and colors. The political Murales of Orgosolo and the smells of the popular revolt of Pratobello when the state stopped in front of a a fighting but unarmed people.

Immersi nell’altra isola. Quella sconosciuta alle mappe, insorta alla cartografia. Il viaggio nel lato barbaricino della Sardegna mostra una terra verde, rigogliosa e impenetrabile, facendo affiorare quello che è il motore dell’avvenente carrozzeria rappresentata dalle coste. Un percorso in cui si susseguono colori e tradizioni, insaporiti da quanti con orgoglio e sudore rivendicano le proprie origini in folklore e credenze.
Pescatori di muggine, sconosciuti innamorati, montagne piegate da nebbie flottanti oltre a costumi e usi ormai desueti. Irti bastioni a difesa delle case, miniere abbandonate e città fantasma. Orgogliosi ricami tessuti da mani esperte oltre a profonde rughe su volti segnati dal tempo con occhi incastonati in cui si perdono culti secolari e reminiscenze di baccanali.
Gruppi di pescatori che all’alba faticano per trascinare a terra i cefali dalla preziosa bottarga, anziane che hanno tessuto la propria esistenza con l’arte del filet, vita sui porti di una città multicolore e persone conosciute e ignote che hanno dedicato la vita alla loro terra.
Impressionano anche gli ultimi artigiani che creano le maschere carnevalesche che sfilano a Mamoiada. Macinando chilometri su aree interdette costeggiate da antichi nuraghi, siti che ancora oggi lasciano perplessità sul loro sviluppo e su chi vivesse quei luoghi. Una terrà ricca di domande, il fascino dell’enigma.
Immaginate orafi che fiammeggiano la filigrana sarda e indistruttibili scarpe da pecorai che hanno onorato anche Sua Santità il Papa. Il “bandito” casu marzu e la casa di un pastore che caglia il latte per tirarne fuori un “fiore” simbolo della vita agreste e rurale. Mani dalle unghie consumate che condividono pane carasau imbevuto di un cannonau di uno rosso rubino brillante. Non solo arti e mestieri ma anche messaggi e colori. Gli affreschi politici di Orgosolo e gli odori della rivolta popolare di Pratobello quando lo Stato si fermò davanti a un popolo battagliero ma disarmato.

 

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