Close

Detroit di Alessandro Rosati

Detroit: già orgogliosa e possente capitale mondiale dell’automobile, oggi protagonista di cronache che ne narrano decadenza e contraddizioni, ma anche le trasformazioni. Gode di una reputazione controversa, defilata dai circuiti turistici e culturali delle altre grandi città del North-East quali New York, Boston, Chicago, Washington, e lontana dalle altre icone di un certo lifestyle made in USA come Los Angeles, San Francisco, Miami.

Insomma, il forestiero arriva a Detroit quasi esclusivamente per affari e intenzionato a  soggiornarvi il meno possibile. 

E fu così che anch’io vi arrivai, per lavoro.

Vi avevo già soggiornato diverse volte per pochi giorni finché, nel 2016, un lavoro da chiudere in un paio di settimane si è protratto trattenendomi nella “Great Detroit Area” per oltre due mesi, in piena estate. Indeciso su cosa visitare nei fine settimana, non ascoltai i colleghi del luogo che mi sconsigliavano di avventurarmi in downtown, considerata priva di attrazioni e al limite pericolosa: sbagli la svolta a un incrocio e ti ritrovi in strade mal frequentate e poco raccomandabili.

Scoprii invece una città segnata dalle cicatrici di un passato industriale in ritirata, ma anche coloratissima, vivace, desiderosa di tornare protagonista.

Il centro città è piccolo, quasi insignificante rispetto alla vastità dell’area metropolitana, in pochi isolati si passa dai maestosi grattacieli a vie polverose e deserte, che quasi evocano immagini di vecchi film western.

La streetart ha decorato gran parte degli edifici dismessi o trasformati da nuove attività, i mercati domenicali attirano visitatori dai vari angoli della regione, il lungolago, che a noi europei sembra un lungomare, si anima di spettacoli e picnic familiari.

La sera infine si accendono le luci dei bar e, seguendo l’usanza, molti preferiscono cenare al bancone, in gruppo o sedendo accanto a perfetti sconosciuti, amici di una sera per commentare gli sport preferiti in tv.