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In attesa del gelo a Churchill di Giusy Scigliano

Sono le quattro del pomeriggio e ci sono 2 gradi. Considerando il posto in cui mi trovo e il periodo (fine ottobre), la temperatura è troppo alta e per l’ORSO POLARE, il più grande carnivoro del pianeta (motivo del mio viaggio a Churchill) il clima è quasi afoso

E’ proprio qui nella Baia di Hudson nei pressi di questo paesino di circa 800 abitanti nella regione di Manitoba in Canada, gli orsi polari attendono che si formi la banchisa.

Le concentrazioni del ghiaccio marino negli ultimi decenni si sono ridotte drasticamente mettendo a rischio la sopravvivenza di questo splendido mammifero. La mancanza di ghiaccio impedisce loro di procacciarsi cibo e quindi l’orso si avvicina sempre più ai centri abitati. Il problema del surriscaldamento  qui è una realtà tangibile con cui bisogna fare i conti e si percepisce appena si entra in questo villaggio.

Saliamo su un fuoristrada, accompagnati da una guida locale armata e iniziamo il nostro primo giro di perlustrazione attorno al villaggio. Ed ecco il primo avvistamento!! Rannicchiato nel verde si è alzato e il bianco del suo manto spiccava sopra ogni colore circostante.

Il giorno dopo alle otto eravamo già operativi, ma il re dell’artide  era  poco attivo …ci osservava con aria annoiata e per nulla impaurita. A volte si spostava di poco e si rotolava in mezzo alla neve per pulirsi la pelliccia per poi rimettersi a dormire. A mezzogiorno c’erano 10 gradi sopra lo zero. Caldissimo!!!

Un’altra giornata volgeva al termine e nel tornare verso Churchill incontriamo un orso che camminava per strada in direzione del centro abitato. Riesco in qualche maniera a fotografare il momento, il  cuore è a mille. Quell’orso in mezzo alla strada, impaurito e affamato mi ha portato alla dura realtà del momento.

Gli abitanti di Churchill sono ormai abituati a queste visite inaspettate. Tutti in casa hanno un fucile e non chiudono le porte di casa a chiave per salvarsi da possibili attacchi da parte degli orsi.

Non c’è ghiaccio e gli orsi non possono avventurarsi a caccia di prede; ho visto il più grande carnivoro della terra mangiare erba oppure  avvicinarsi ai fuoristrada per cercare cibo o  smarriti in discariche saltare da un fusto all’altro alla spasmodica ricerca di qualcosa per placare la fame.

L’episodio che però, più di tutti ha segnato questo viaggio è stato la cattura di un orso: ad un certo punto l’autista ha fatto un’inversione ad U e ci ha urlato che non potevamo perderci questo momento: stavano catturando un Orso. Ci dirigiamo verso quella che è considerata l’unica prigione al mondo di Orsi e abbiamo assistito a tutta la procedura di cattura .

Un elicottero stava inseguendo un orso perché c’erano state delle segnalazioni di avvistamento nel centro abitato. Lo hanno addormentato, messo in una rete  e in seguito trasportato verso la prigione. Ci hanno raccontato che gli orsi vengono tenuti in cattività, in delle gabbie non troppo grandi e a digiuno e questo dovrebbe servire da deterrente per l’animale in modo da non farli avvicinare più al villaggio. 

Fino al 1982 gli orsi che si avvicinavamo a Churchill venivano uccisi in quanto considerati pericolosi.  Dal 1983 fu istituita la “prigione per gli orsi” dove squadre di professionisti si occupano di gestire gli ormai sempre più frequenti avvicinamenti degli orsi al centro abitato. Dopo la cattura e  un periodo di stazionamento di 30 giorni gli orsi verranno liberati in un’area dell’Artide a circa 70 km da Churchill.

Il cambiamento climatico è stato devastante per questo ecosistema. Negli anni ’80 in questo territorio ci vivevano circa 1200 orsi, oggi sono 800 e si stima che nel 2050 ci sarà una riduzione di due terzi fino a scomparire del tutto alla fine di questo secolo.

Voglio chiudere  questo racconto con delle foto che ho scattato i primi giorni del mio viaggio in cui nei miei occhi c’era ancora l’entusiasmo, la curiosità e l’emozione.

L’immagine che voglio associare a questo straordinario mammifero è la liberazione dalla “prigione”, anche se non ho potuto osservarlo direttamente, ma con i miei scatti ho cercato di far visualizzare questo momento negli occhi dell’osservatore. Voglio immaginarlo libero, coperto di neve e sdraiato sul ghiaccio a digerire il suo pasto e a rilassarsi nel fresco gelo della banchisa.